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Giovedi 24 Aprile L38squat – Amperitivo Lotek – Noblogs

Nell’ambito triviale dell’aperitivo che anticipa le prelibatezze vegan de “ar pezzo d’ajo“, vogliamo condividere assieme a voi saperi e pareri sulle tecnologie che nolenti o volenti ci troviamo a dover usare o schivare durante la quotidianità di questo millennio appena sbocciato.

Certi e certe che ci sia la necessità di approfondire questo discorso con maggiore continuità, vogliamo invitarvi quindi a sorseggiare gli argomenti che più preferiamo nel comodo spazio della sala concerti di L38squat in compagnia di una o più persone esperte che seguono queste tematiche da diverso tempo sperimentandone i vizi e le virtù.

Vi invitiamo a partecipare ogni ultimo giovedi del mese dalle 18:00 a L38squat

Per questo appuntamento l’argomento è:

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La piattaforma NOBLOGS, aiutiamoci a personalizzare il nostro blog e capire come muovere i primi passi.

Do The Androids…Dream of Electric Sheeps?

Cineforum e birreria a sostegno del laboratorio “Do It Yourtech”, il nuovo spazio autogestito dal F-HackLab.

20131100-fhl

Ogni mercoledi proponiamo un film che ricordi la triste condizione degli androidi nella nostra società, dove anche loro inanimati e forgiati d’acciaio, rifiutano l’omologazione e si struggono per realizzare un mondo dove ci sia spazio anche per loro. Non potevamo non citare ancora una volta Philip K. Dick con la frase “Gli androidi sognano pecore elettriche?” visto che raccoglie in una sola battuta tutta la fragilità dell’esistente di una macchina senziente ed appassionata.

Mercoledi 6
“The Island”, regia di Micheal Bay, 2005
Mercoledi 13
“Il Mondo dei Replicanti”, regia di Johnatan Mostow, 2009
Mercoledi 20
“A.I.”, regia di Stephen Spielberg, 2001
Mercoledi 27
“Io, Robot”, regia di Alex Proyas, 2009

Cinerassegna a sostegno dell’hacklab

Se credete che questo mondo sia brutto…

Birreria e Cinerassegna ispirata a Philip K. Dick

a cura del F-Hacklab e a sostegno del laboratorio “Do It Your Tech” di L38SQUAT

Martedi 1
“Blade Runner” di Ridley Scott, 1982

Martedi 8
“Minority Report” di Steven Spielberg, 2002

Martedi 15
“Paycheck” di John Woo, 2003

Martedi 22
“A Scanner Darkly” di Richard Linklater, 2006

Martedi 29
“Total Recall” di Len Wiseman, 2012

…è perché non avete visto gli altri.
 

Cinerassegna Ottobre 2013

Hackmeeting 0x10 – Cosenza

L’hackmeeting è l’incontro annuale delle controculture digitali italiane, di quelle comunita’ che si pongono in maniera critica rispetto ai meccanismi di sviluppo delle tecnologie all’interno della nostra societa’. Ma non solo, molto di piu’. Lo sussuriamo nel tuo orecchio e soltanto nel tuo, non devi dirlo a nessuno: l’hackit e’ solo per veri hackers, ovvero per chi vuole gestirsi la vita come preferisce e sa s/battersi per farlo. Anche se non ha mai visto un computer in vita sua.

logo hackmeeting 2013

Tre giorni di seminari, giochi, feste, dibattiti, scambi di idee e apprendimento collettivo, per analizzare assieme le tecnologie che utilizziamo quotidianamente, come cambiano e che stravolgimenti inducono sulle nostre vite reali e virtuali, quale ruolo possiamo rivestire nell’indirizzare questo cambiamento per liberarlo dal controllo di chi vuole monopolizzarne lo sviluppo, sgretolando i tessuti sociali e relegandoci in spazi virtuali sempre piu’ stretti.

L’evento è totalmente autogestito: non ci sono organizzatori e fruitori, ma solo partecipanti.

L’Hackmeeting si terrà il 7-8-9 giugno 2013

23 denunciati per Hackit06

23 denunciati per Hackit06

Hackmeeting 2006 – Parma

A distanza di sei anni 23 compagni ed attivisti – che insieme ad altre centinaia hanno occupato e reso vivibile lo stabile in cui si è svolto l’Hackmeeting di Parma 2006 – si sono visti recapitare un decreto penale, accusati in base all’articolo 633 del codice penale di “Invasione di terreni od edifici”. Il reato che si contesta loro è, di fatto, quello di aver occupato uno stabile, averlo reso agibile e in parte restaurato; nell’aver costruito bagni, docce e cucina, nell’averlo reso vivibile per la tre giorni dell’evento per poi restituirlo alla città. Questo è esattamente quello che avviene da 16 anni durante ogni HackMeeting, l’annuale raduno della comunità hacker italiana, quando orde di hackers, provenienti da tutta la penisola e non solo, si incontrano per dare vita al libero scambio di saperi, informazioni, tecnologie, corpi, affetti, intensità, guidati dall’insana passione a “metterci le mani dentro”, a non delegare nulla, ad esprimersi in prima persona, in una dimensione collettiva e politica che trova nell’autogestione e nell’autorganizzazione la sua colonna vertebrale. Nonostante sia chiaro l’intento repressivo della digos e della questura di Parma, che ci è sembrata assolutamente zelante (6 anni e passa per un provvedimento è quasi fuori tempo massimo), rispediamo al mittente qualsiasi accusa, ricordando alle questure e ai governanti di tutte le risme, che la nostra forza non si piega a suon di denunce e che anche quest’anno ci ritroveremo in giro per la penisola per continuare a portare avanti le nostre istanze umane e politiche, per continuare ad esprimere la nostra voglia di condivisione e di libera espressione, per continuare a fare dell’hacking il nostro modo di cambiare la realtà. Non ci fate paura. Massima solidarietà ai compagni colpiti da quest’ennesima ondata repressiva.

la comunità HM

Whatsapp Vulnerabilità

Sconsigliamo Whatsapp!

Nell’ultima settimana ci siamo imbattuti/e in diversi articoli tecnici che descrivono le nuove falle di sicurezza della nota applicazione per smartphone.

Tanto per introdurre l’articolo che vi proponiamo diciamo che chiunque potrebbe usare il vostro account o “impersonare” l’account di un vostro conoscente per sostituirvisi.

Whatsapp
Whatsapp

Ancora una volta vediamo che l’interesse per il marketing sovrasta l’interesse di sviluppare un prodotto valido. Infatti si vocifera di una compravendita dei dati che è possibile ottenere dagli account sugli smartphone, in particolare stavolta ci troviamo davanti a cacciatori di IMEI, il numero identificativo del telefono. Chissà a quanto è arrivato il prezzo di un IMEI??? Fate conto che una mail personale si vende sui 7 euro…

Per leggere l’articolo di cui parliamo, vi rimando al blog originale che potete raggiungere seguendo questo link.

Fuga da Facebook

Di seguito in articolo tratto da repubblica su uno dei fenomeni sociali di internet di questo momento.

Fuga da Facebook

di RICCARDO STAGLIANO

Fuga da Facebook

ANCHE Bill Gates se n’è andato. Da quest’estate ha chiuso con Facebook. Ogni giorno, in media, ottomila sconosciuti volevano diventare suoi "amici". Un po’ tantini. Come se in un bar qualcuno volesse stringervi la mano ogni dieci secondi. Se qui siamo online, il fastidio non è meno reale. Ma la notizia ne contiene un’altra: cosa ci faceva, per mezz’ora al giorno (lui ossessionato dalle perdite di tempo, famoso per le corse all’aeroporto per imbarcarsi all’ultimo secondo) il fondatore di Microsoft nel sito di social networking più famoso del mondo? Voleva capirlo. Comprendere il perché di un successo planetario che a giugno ha fatto registrare il sorpasso sul principale concorrente, MySpace: 132 milioni di visitatori contro 115,7. Poi, oltre a una pletora di scocciatori, ha anche scoperto una quantità di bizzarri fan club che gli erano stati dedicati. Uno si chiamava "Faresti sesso con Bill Gates per metà dei suoi soldi?". Non l’ha fatto ridere e si è ritirato a vita digitalmente privata. Diventando il più famoso di un esercito di transfughi. In crescita. I delusi di Facebook. 

Al picco della popolarità gli abbandoni fanno più rumore. Tra dicembre 2007 e gennaio 2008 ventimila frequentatori francesi e 23 mila spagnoli, riporta Le Figaro, hanno cancellato il loro account. "Suicidarsi", è il gergo drammatizzante che si usa in questi casi. Evidentemente si erano stancati del loro "potere di condividere, per rendere il mondo più aperto e connesso", come il ventiquattrenne fondatore Mark Zuckerberg ha definito la sua creatura alla recente convention di San Francisco. Perché nel frattempo, scartato il giocattolo, si sono accorti di alcuni difetti. Cerano tutte le attività classiche. Una volta digitata la password, si poteva vedere dov’era e che faceva in quel momento una serie di vostri amici. Scoprire che alcuni avevano familiarizzato per merito vostro. Che un altro paio aveva cambiato la foto con cui presentarsi nella società telematica. E ancora, declinare un numero sempre troppo alto di inviti alla comunità di amanti del gatto o a quella dei lettori del Piccolo principe, come ricaduta transitiva del fatto che qualche vostra lontana conoscenza vi si era iscritta. Ma una volta entrati in questo circolo era difficilissimo uscire. Ancora pochi mesi fa Facebook era una trappola. Se decidevate che eravate stanchi di far sapere alla vostra cerchia di sodali virtuali dove vi trovavate, cosa stavate leggendo, quali acquisti avevate fatto potevate "disattivare" il vostro account. Lo mettevate in stand by, non lo spegnevate davvero però. Le vostre informazioni personali rimanevano sul server "per un ragionevole periodo di tempo", come recitava la clausola del sito. Alan Burlison, un ingegnere informatico britannico, piuttosto bravino con la tecnologia, ha provato di tutto per cancellarsi. 

Niente. E dopo lettere di fuoco al servizio clienti è riuscito a far rimuovere le innumerervoli tracce del suo passaggio solo spedendo ad alcuni responsabili del sito un link al video dell’intervista rilasciata a Channel 4 per denunciare l’accaduto. Come lui tanti altri hanno vissuto lo stesso calvario. E, con un cortocircuito tipico delle cose internettiane, era anche nato un gruppo di discussione interno a Facebook su "come distruggere permanentemente il tuo account" messo su da un ventiseienne svedese che a febbraio contava 4.300 membri. 

Un attaccamento così tenace al cliente, ai suoi dati personali piuttosto, si spiega col fatto che il sito guadagna vendendo informazioni demografiche e di comportamento online alle aziende di marketing. Anonime, aggregate, ma comunque preziose. Più schedature quindi (anche di utenti non attivi) uguale più soldi. Ma quando il risentimento ha toccato il livello di guardia la compagnia ha, molto discretamente, concesso l’exit strategy. La prima scelta è sempre "disattivarsi". Ma oggi, spulciando nella sezione "aiuto", spunta anche un bottone per fare hara-kiri virtuale. E sparire una volta per tutte. 
Se la vita è stata resa più facile a chi vuole andarsene, i rischi per chi resta rimangono. E la casistica di vittime di Facebook si allunga, facendosi sempre più variegata. C’è la compagnia di assicurazioni statunitense che, per negare un risarcimento di spese mediche al cliente, porterà in tribunale delle confessioni online che dimostrerebbero la causa emotiva e non organica dei suoi disordini alimentari. 

C’è il procuratore texano che, per provare la colpa di un guidatore che ha ucciso un uomo in un incidente d’auto, allegherà le pagine in cui dichiara "non sono un alcolista: sono un iper-alcolista". E non è necessario dire o fare cose di rilevanza penale per passare dei guai. Come sanno bene i 27 dipendenti dell’Automobile Club della Southern California licenziati per messaggi offensivi nei confronti di colleghi. Regolarmente scambiati – e letti – attraverso il sito. Stando a un sondaggio recente di Viadeo, un altro social network, il 62% dei datori di lavoro britannici darebbero ormai un’occhiata alle pagine di Facebook e simili prima dei colloqui. E un quarto dei candidati sarebbe stato respinto di conseguenza. Per Michael Fertik, presidente di ReputationDefender, la quota di bocciati per incontinenze internettiane negli Stati Uniti è addirittura del 43%. La sua società, a pagamento beninteso, setaccia la rete alla ricerca di potenziali fonti di imbarazzo. 

"È inquietante quante informazioni siano disponibili sul vostro conto in un social network – ha detto a Wired – e quante conclusioni, più o meno vicine alla realtà, vi si possano trarre". La totalità dei suoi dipendenti, confessa per niente contento, è su Facebook. E le figuracce di quando uno scopre che l’altro, la sera prima, è stato a un barbecue di un collega che invece si era guardato bene dall’invitarlo sono all’ordine del giorno. Ci sono gaffe ben peggiori, ovvio. Al punto che l’anno scorso l’esercito inglese ha mandato una direttiva ai suoi soldati al fronte proibendo loro di rivelare informazioni che potessero localizzarli temendo che Al Qaeda potesse intercettarle. Niente di più facile, in effetti. Potremmo farlo tutti, senza avere né un particolare talento di hacker né di 007. Basta avere un "conto" per entrare e dare un’occhiata. Spionaggio elettronico al quale anche i genitori si sono rapidamente riconvertiti. Una volta rovistavano nei diari dei figli per scoprire ciò che loro gli volevano nascondere. Oggi possono sapere molto di più, rischiando molto meno di essere beccati in flagranza. 

Ti iscrivi, cerchi il nome del pargolo e scopri cosa dicono, pensano e fanno lui e la banda dei suoi amici. Un’autobiografia collettiva a portata di clic. 
Perché quel che sorprende è ciò che gli esperti chiamano il "paradosso della privacy". Succede che, come ha spiegato l’economista della Carnegie Mellon George Loewenstein, quando lui e i suoi ricercatori hanno posto domande delicate a un gruppo di studenti dando forti garanzie di riservatezza ha risposto il 25%. Quando neppure si nominava la riservatezza, si confidava oltre la metà degli intervistati. Non evocare rischi li aveva resi più tranquilli, meglio disposti. Il contesto poi fa la differenza e pochi, di fronte al pc, sentono minacciata la loro privacy. Sbagliando, ovviamente. Ma è un dato di fatto che solo un quarto degli utenti di Facebook utilizzi i controlli per graduare quante informazioni sul proprio conto gli altri possano consultare. Non si pongono il problema, oppure non sanno come utilizzarli. E restano nudi nel cyberspazio. 

Una circostanza che non impedisce a Facebook di crescere impetuosamente. "Mario Rossi added you as a friend…" è una delle intestazioni più frequenti nel nuovo spam che intasa le nostre caselle elettroniche. Non sappiamo bene perché, ma quando qualcuno ci invita accettiamo di far parte del club. D’altronde uno dei boss della compagnia, il futurologo neocon Peter Thiel, è un grande fan del filosofo di Stanford René Girard, teorico del "desiderio mimetico". Banalizzando: la gente segue quel che fa il gregge, senza tanto riflettere. Il motore immobile di tanti successi commerciali. Nel mondo reale come in quello virtuale. 

(27 agosto 2008)